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Incontinenza urinaria. Il ruolo della fisioterapia.

L’incontinenza urinaria è una condizione che viene percepita principalmente come un disturbo della persona anziana, ma è più comune di quel che si pensi: ne soffrono ragazze in età adolescenziale, giovani donne e nella mezza età, donne in menopausa.

Si parla di incontinenza, infatti, anche quando si fa fatica a trattenere l’urina durante piccoli sforzi come starnutire, ridere, tossire, saltare, correre e sollevare pesi.

L’esigenza di indossare il salvaslip nelle circostanze in cui è necessario svolgere attività come la corsa o la lezione di kick boxing in palestra non deve essere considerata la normalità, deve anzi essere spia di un problema da indagare più a fondo, legato alla salute del pavimento pelvico.

In particolare, si ha incontinenza quando i muscoli del pavimento pelvico non hanno la capacità di fare ciò a cui sono deputati, ovvero contenere gli organi (utero, vescica e retto), l’urina e le feci.

Più che di una debolezza muscolare in sé, si tratta di:

  • un problema di propriocezione, ovvero la difficoltà ad individuare e percepire la muscolatura interna ed esterna del pavimento pelvico;

  • una dissinergia con il diaframma respiratorio, responsabile, assieme a quello pelvico, di regolare le pressioni endoaddominali, per cui si ha un’eccessiva spinta sulla parete addominale e sugli organi pelvici che porta alle perdite durante gli sforzi;

  • uno schema posturale tendente al tilt pelvico anteriore che predispone alla lassità o ipotono delle strutture e alla difficoltà nel controllo muscolare durante il movimento.

    La fisioterapia è una risorsa cruciale nella riabilitazione dell’ipotono pelvico.

    La paziente e la fisioterapista, infatti, possono costruire un percorso cucito sulle esigenze uniche e personali di ognuna:

  • insieme, si prendono in considerazione le caratteristiche fisiche e la storia di vita (gravidanze, cali ponderali, infortuni pregressi, dolori presenti in altre zone del corpo, stress, ansia e depressione) che plasmano e segnano il corpo in un modo che è differente e cambia da persona a persona;

  • si lavora sulla percezione corporea, l’esplorazione delle aree del corpo difficilmente percepite, creando una mappa mentale della zona con l’aiuto del movimento del bacino e della colonna vertebrale;

  • si riscopre la respirazione diaframmatica, ripristinando la sinergia tra i due diaframmi e una corretta pressione endoaddominale che verranno associate al movimento dei vari segmenti corporei;

  • si procede con l’attivazione del muscolo trasverso dell’addome e alla coordinazione con la contrazione pelvica.

    Questa è la base di lavoro che ci consente di procedere all’automatizzazione delle attivazioni muscolari di core e pavimento pelvico durante le attività della vita quotidiana, come sollevare piccoli pesi o camminare a passo svelto senza perdite urinarie, per poi trasferire queste abilità anche in attività più complesse come il salto, la corsa, l’esercizio fisico in palestra.

    Le perdite urinarie, anche piccole, non sono normali. 

    Risolviamole insieme!

incontinenza urinaria

A cura della dott.ssa

Giulia Tosques

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Pavimento Pelvico Femminile. Perché è così importante?

Ultimamente sempre più spesso si sente parlare di pavimento pelvico e, ancora di più, di pavimento pelvico in gravidanza. Ma cos’è? Cosa fa? E quando è utile fare una visita di valutazione del pavimento pelvico in gravidanza?

Andare a fondo e scoprire insieme questa zona anatomica può essere di grande aiuto in un’ottica preventiva (prevenire è sempre meglio che curare!) oppure in caso di disfunzioni già presenti, per capire meglio cosa è possibile fare per prendersene cura nella vita di tutti i giorni e durante le settimane di gravidanza.

Iniziamo dalla base per non lasciare spazio a fraintendimenti: cos’è il pavimento pelvico?

Il pavimento pelvico è l’insieme dei muscoli che chiude inferiormente il bacino, per intenderci è tutta la zona anatomica che si poggia sul sellino della bicicletta. Si compone di tre strati muscolari che hanno molteplici funzioni. In linea generale è importante sapere che è bene parlare di pavimento pelvico in qualsiasi fase della vita di una donna, a qualsiasi età: la pubertà, la fertilità, la gravidanza, il puerperio e la menopausa costituiscono importanti fasi di cambiamento nella vita della donna, e il pavimento pelvico rappresenta il distretto corporeo dove tutte queste variabili temporali convergono, spesso generando alterazioni che si riflettono sulla sfera genito-urinaria e sessuale.

Ma quali sono le principali funzioni del pavimento pelvico?

Il pavimento pelvico normotonico sostiene gli organi pelvici: quando questo complesso muscolare presenta un’insufficienza o un’alterazione di tono, viene meno la funzione di sostegno degli organi pelvici, quindi della vescica, dell’utero e/o del retto, dando luogo a una loro possibile discesa che per definizione prende il nome di prolasso.

Inoltre, quando i muscoli del pavimento pelvico sono normotonici, allora garantiscono la continenza di urina, gas e feci: i muscoli del pavimento pelvico svolgono infatti un ruolo fondamentale nel controllo volontario della minzione e della defecazione, ciò significa che al contrario quando il tono è alterato si può verificare un’incontinenza urinaria e/o fecale.

Il pavimento pelvico è coinvolto nel rapporto sessuale e quindi influenza la qualità stessa del rapporto. Favorisce la circolazione locale, il ritorno venoso e linfatico della parte inferiore del corpo, quindi degli arti inferiori.

Durante la gravidanza, il pavimento pelvico sostiene l’utero gravidico, deve essere abbastanza forte e al tempo stesso elastico per supportare al meglio l’aumento di peso fisiologico tipico della gestazione. Poi durante tutto il travaglio sostiene il collo dell’utero fino a una completa dilatazione cervicale, funzionale alla fase del parto. Durante la fase espulsiva accompagna il/la bimbo/a nella discesa attraverso il canale del parto, permettendo la nascita. E per finire protegge gli organi, il/la bambino/a e l’integrità della donna.

Per aiutare il pavimento pelvico ad assolvere a tutte le sue funzioni nel migliore dei modi, è bene che sia normotonico, ossia che il tono di base muscolare sia normale: in grado di attivarsi, quindi contrarsi, e di rilassarsi al bisogno, a seconda delle azioni che si svolgono nel quotidiano. È nella vita di tutti i giorni, infatti, che ci giochiamo la nostra salute: tutte le volte che il pavimento pelvico non viene coinvolto durante gli sforzi addominali, di qualsiasi tipo ed entità, lo stiamo sollecitando inutilmente, preparando il terreno fertile per eventuali future disfunzioni del pavimento pelvico. Le problematiche a carico di questo distretto non insorgono improvvisamente: perpetuare uno stile di vita scorretto che porta a caricare continuamente il pavimento pelvico è la prima causa di insorgenza di disfunzioni del pavimento pelvico.

Allora cosa è possibile fare per avere maggiore consapevolezza della salute del proprio pavimento pelvico e imparare a prevenire eventuali problematiche future?

La visita di valutazione del pavimento pelvico rappresenta un’efficace e semplice tecnica di prevenzione delle problematiche a carico di questa zona.

Il pavimento pelvico non è un fatto che riguarda esclusivamente le donne anziane. Non è raro, infatti, che le prime alterazioni del pavimento pelvico si abbiano già in giovane età: stiamo parlando del fatto che un pavimento pelvico anche alla tenera età di 18 anni possa essere ipotonico (incapace o poco capace a contrarsi) o ipertonico (eccessivamente contratto per cui risulta difficile il rilassamento muscolare). In entrambi i casi ci troviamo di fronte a una situazione considerata alterata, che può molto probabilmente portare a problematiche a carico del pavimento pelvico.

Fare prevenzione significa intervenire prima ancora che il problema sia comparso per evitare che in futuro possa presentarsi.

Grazie alla visita di valutazione del pavimento pelvico sarà possibile pianificare un eventuale percorso di rieducazione o riabilitazione a seconda del quadro riscontrato.

Inoltre, lavorare sul pavimento pelvico produce indirettamente anche altri benefici molto interessanti:

  • Miglioramento della peristalsi intestinale
  • Miglioramento dei dolori a carico della schiena e/o della colonna vertebrale
  • Miglioramento dei dolori legati al ciclo mestruale e ovarico
  • Miglioramento della qualità dei rapporti sessuali

Le figure professionali che si occupano di pavimento pelvico sono: l’ostetrica, la fisioterapista, l’infermiera, che si occupano di pavimento pelvico femminile.

Rappresentano un campanello di allarme per il pavimento pelvico le seguenti situazioni:

  • Stitichezza o iperattività intestinale
  • Incontinenza di urina, gas o feci
  • Infezioni urinarie, vaginosi o vaginiti ricorrenti che stentano a guarire
  • Sensazione di peso in vagina, come se ci fosse un ingombro
  • Difficoltà o dolore durante i rapporti sessuali
  • Sensazione di incompleto svuotamento vescicale durante la minzione
  • Sport ad alto impatto o a livello agonistico
  • Presenza di cicatrici da parto (sull’addome per il parto cesareo, sul perineo per il parto vaginale)
  • Presenza di beanza vulvare post-parto
  • Gravidanza e post-parto rappresentano di per sé una fase delicata ed effettuare una valutazione del pavimento preventiva è l’ideale
  • Nel caso di diastasi dei muscoli retti dell’addome

La bella notizia è che qualsiasi sia la situazione del pavimento pelvico è possibile effettuare un lavoro personalizzato di rieducazione o riabilitazione a seconda dell’entità della problematica del pavimento pelvico.

L’obiettivo ultimo di un percorso di pavimento pelvico, sia se si effettua in un’ottica preventiva sia se vi è la presenza di una disfunzione, è imparare ad attivare tutta la zona del pavimento pelvico al bisogno, a seconda dei gesti e delle azioni del quotidiano, per non sollecitarlo inutilmente ma coinvolgerlo ad hoc!

A cura della dott.ssa Roberta Mayer

 

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Sovrappeso e Obesità. Rischi connessi e consigli pratici.

Il sovrappeso, o la condizione di obesità, che potremmo definire come un’evoluzione del sovrappeso stesso, trascurando i segnali di allarme che il nostro corpo ci sta comunicando, è una condizione non fisiologica, che può determinare nel tempo gravi danni alla nostra salute.
Nella maggior parte dei casi, tranne in rarissimi casi di patologie genetiche, questa condizione viene ad instaurarsi a causa di uno stile di vita scorretto, con un’alimentazione non equilibrata sia nella quantità che nella qualità. Questo per indicare subito che l’obesità è una condizione che è ampiamente prevenibile, e dipende principalmente dal nostro stile di vita.

Un indicatore che è utilizzato per la valutazione e differenziazione tra sovrappeso e obesità, è il BMI (Body Mass Index), cioè l’Indice di Massa Corporea (IMC), utile in studi su insieme di popolazione.
Si ottiene dividendo il peso (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri).

È un indicatore che ha dei limiti, in quanto non considera la struttura del corpo, larghezze delle spalle, del bacino, la massa muscolare, quindi fornisce delle informazioni incomplete, ma è evidente che in una condizione di normotipo un IMC alto corrisponderà alla presenza di una percentuale di massa grassa elevata.

Nello specifico i valori soglia:

  • 16-18,49 SOTTOPESO

  • 18.5-24,99 NORMOPESO

  • 25-29,99 SOVRAPPESO

  • 30-34,99 OBESITÀ CLASSE I (lieve)

  • 35-39,99 OBESITÀ CLASSE II (media)

  • > 40 OBESITÀ CLASSE III (grave)

Educazione-Alimentare

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale.
Negli ultimi decenni c’è una costante crescita della prevalenza dell’obesità nei paesi occidentali, sia nell’età infantile e pediatrica, sia nella popolazione adulta, aumenta il rischio e la conseguente comparsa di diverse patologie croniche.

Una sfida molto importante degli ultimi anni è cercare di ridurre l’obesità infantile, che ha una forte correlazione con patologie quali diabete di tipo 2, asma, problematiche legate all’apparato muscolo-scheletrico, problematiche cardiovascolari, altre patologie metaboliche, oltre a poter creare problematiche sociali e psicologiche.
Purtroppo, non ci sono stati cambiamenti in positivo, e quindi riduzione dei tassi di obesità infantile negli ultimi anni, anche se qualche segnale positivo lo possiamo leggere, principalmente nell’appiattimento della curva della prevalenza dell’obesità infantile.
Questo è da ricercare nello stile di vita, dalla scelta di alimenti sempre più densamente energetici, e di qualità nutrizionale bassa, questo è maggiormente vero in classi sociali a basso reddito, dove la scelta di alimenti a basso costo è percentualmente maggiore.
Per comprendere meglio la problematica riporto una ricerca dell’Health Behaviour in School-agend Children, riferita a dati italiani del 2018. Il campione di studenti di 11, 13 e 15 anni, ha mostrato come il 17% di ragazzi è in sovrappeso ed il 3,5% è in condizioni di obesità.

I dati della PASSI, ente di sorveglianza coordinato dal ISS, (istituto superiore di sanità) mostrano come nella popolazione adulta tra i 18 ed i 69 anni il tasso di eccesso ponderale arriva sino al 43% circa, con il 32% circa in sovrappeso ed un tasso di obesità al 11% circa.
Cercare di trovare un’unica causa che sia responsabile dell’istaurarsi di eccesso ponderale è difficile, è piuttosto interazione tra differenti componenti comportamentali, sociali, metaboliche a determinare questa condizione.

Un aspetto su cui bisogna riflettere è sicuramente lo stile di vita, per stile di vita intendiamo ad esempio attività lavorativa sedentaria, spostamenti anche molto brevi con macchina o mezzi di trasporto, utilizzo di ascensore costantemente, tempo libero speso in modo sedentario, come vedere la TV, giochi digitali preferiti a giochi fisici, assenza di attività fisica costante nella settimana, alimentazione squilibrata spesso con utilizzo in eccesso di cibi energeticamente molto densi.

È evidente che cercare di cambiare queste abitudini, andando verso uno stile di vita meno sedentario, attivo con l’introduzione di un’attività fisica moderata e costante, associato ad una corretta alimentazione, è il miglior modo di prevenire o anche regredire una condizione di eccesso ponderale, con il beneficio di ridurre in modo importante il rischio dell’insorgenza di patologie croniche. Le complicanze del sovrappeso o peggio obesità possono essere sia immediate, con difficoltà motorie, affanno, disturbi del sonno con apnee notturne, impossibilità a praticare attività fisica, oltre che sociali.

Nel lungo termine le complicanze sono ben più gravi, avendo un’associazione ad elevata mortalità, ed aumento dei rischi di insorgenza di patologie cardiovascolari, che ricordo essere una delle principali cause di morte, come l’ictus, infarto, ischemie, ipertensione, oltre che altre patologie croniche come il diabete di tipo2, sindrome metabolica, problematiche muscolo scheletriche, artrosi degenerativa o altre, oltre che alcune forme di tumori, in particolare colon retto, rene, colecisti, prostata, mammella, endometrio.

Il trattamento del sovrappeso ed obesità consiste nella perdita di peso, più specificatamente nella riduzione di tessuto adiposo, in quanto perder peso non è sinonimo di dimagrimento, questo è un aspetto importante da tenere in considerazione per un corretto calo ponderale, in cui deve esserci il mantenimento della massa muscolare, e la riduzione della massa grassa.
La dieta intesa come dietoterapia per la risoluzione dell’eccesso ponderale deve essere personalizzata in base alle condizioni di partenza, patologie o disturbi in essere; tuttavia, possiamo dare delle indicazioni in linea generale di corretta alimentazione.

Un’alimentazione equilibrata e bilanciata, deve prevedere l’utilizzo in quantità ottimali di carboidrati, proteine e grassi che non devono essere esclusi.

Nello specifico preferire cereali integrali, come pasta integrale, riso venere, orzo, farro, o pseudo cereali come quinoa, teef, grano saraceno, legumi, anche se sono un’ottima fonte di proteine vegetali.

Utilizzo quotidiano di verdura fresca di stagione, frutta fresca di stagione. L’utilizzo di fonti proteiche magre di alto valore biologico, si animali che vegetali.
L’utilizzo di grassi preferibilmente di origine vegetale mono o poli insaturi, come olio extravergine di oliva, frutta a guscio, semi oleosi, pesce azzurro ricco di omega 3, come sardine alice, sgombro, e ridurre il consumo di grassi saturi di origine animale.

Limitare bevande gasate e zuccherate, prodotti industrializzati ricchi di zuccheri semplici, insaccati, prodotti dolciari, alcool.
Alcune indicazioni schematizzate:

  • Limitare il consumo di grassi e zuccheri, molto abbondanti soprattutto nei cibi confezionati e nei soft drink

  • Aumentare il consumo di verdure, legumi, cereali integrali e, in generale cibi freschi, non processati

  • Seguire una dieta variata, riducendo le porzioni, nel caso in cui si voglia perdere peso

  • Limitare l’alcol, che oltre ad essere nocivo alla salute degli organi, è anche un’importante fonte di calorie, senza apportare nessun vantaggio nutrizionale

  • Non ricorrere al cibo come genere di conforto, nel caso in cui ci si senta depressi o giù di corda

  • Dare ai bambini un buon esempio in materia di alimentazione; i figli di genitori obesi tendono a loro volta ad avere problemi di peso

  • Fare una regolare attività fisica: gli adulti dovrebbero fare almeno 30 minuti/giorno per 5 volte/settimana di attività fisica aerobica di intensità moderata (camminare a passo veloce, andare in bicicletta, nuotare, ballare); i bambini almeno 60 minuti/giorno; nel caso in cui si desideri perdere peso, il livello di attività fisica dovrà essere gradualmente incrementato.

Un’abitudine importane da acquisire è la pratica sportiva che apporta numerosi benefici al nostro stato di salute.

Si può cominciare gradualmente, soprattutto se si è sedentarie, sino ad arrivare a raggiungere la pratica di attività fisica moderata e costante, della durata di 30 minuti al giorno per 5 giorni a settimana, o comunque riuscire ad arrivare a 180 minuti di pratica sportiva nella settimana. Quello che è di fondamentale importanza è trovare un equilibrio personale, tra stile di vita alimentazione e sport, che ci permetta di mantenere e migliorare il benessere ed il nostro stato di salute, nel più lungo tempo possibile.

A cura del dott. Simone Lepre

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Dolore lombare in gravidanza.

Durante la gravidanza il corpo della donna subisce importanti cambiamenti, soprattutto nel terzo trimestre, portando a delle modifiche della postura. Infatti, l’aumento del peso molto spesso in combinazione ad una riduzione del movimento, può instaurare o accentuare alterazioni che sono alla base del dolore lombare in gravidanza.

Questo avviene perché i muscoli e i legamenti, per azione di relaxina ed estrogeni (ormoni protagonisti della gravidanza), si lasciano andare per garantire al bambino più spazio e comodità e permetterne il suo passaggio all’interno del canale del parto nella fase finale della gravidanza. L’aumento del volume dell’utero crea un allungamento della muscolatura addominale, che porta ad un maggior sforzo sulla muscolatura lombare che deve così cercare di compensare la mancanza di tono e forza addominale. Inoltre, la donna in gravidanza, ricercando il suo nuovo punto di equilibrio e stabilità posturale, aumenta la curva lombare (iperlordosi) e il bacino si inclina in avanti. Ne consegue un aumento della tensione di legamenti, muscoli e articolazioni del bacino e una riduzione della stabilità articolare, facendo così insorgere la sintomatologia dolorosa.

Ecco perché il dolore lombare durante la gravidanza è molto frequente ed è una delle principali condizioni per cui la gravida si affida all’osteopatia.

L’osteopatia infatti, può avere un’influenza positiva e quindi incidere sulla qualità di vita delle donne, andando a ridurre l’intensità dei loro sintomi e aiutandole ad affrontare nel miglior modo il periodo della gravidanza. Inoltre, il trattamento osteopatico riduce l’alterazione della funzionalità della colonna vertebrale, che spesso è caratteristica del terzo trimestre, riduce il dolore e l’incidenza di sviluppare complicanze durante l’intero arco della gravidanza, il travaglio e il parto.

A cura della dott.ssa

Lavinia Arnone

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Legamento Crociato Anteriore e il rientro in campo.

Il mondo dello sport è spesso caratterizzato da momenti di gloria e successo, ma anche da sfide e infortuni. Uno degli infortuni più temuti è la lesione del legamento crociato anteriore (LCA), un evento che può mettere alla prova la determinazione e la forza di un atleta.
In questo articolo analizzeremo il ritorno in campo dopo un infortunio al LCA, rispondendo ad alcune domande tipiche che l’atleta si pone ed esplorando il ruolo della Riatletizzazione sport specifica prima del ritorno al gioco.

A cosa serve il Legamento Crociato Anteriore?

Il LCA è uno dei principali legamenti stabilizzatori del ginocchio, una struttura fibrosa che ha la funzione di stabilizzare l’articolazione, impedendo lo scivolamento anteriore della tibia rispetto al femore. Contribuisce a mantenere la stabilità durante movimenti come la corsa, il salto e i cambi di direzione.
Un infortunio a questo legamento può rappresentare una sfida significativa per uno sportivo, richiedendo un processo di recupero ben strutturato e guidato.

Come viene impostato il recupero post infortunio?

Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato l’efficacia di un programma riabilitativo che rispetti degli step fondamentali per il recupero ottimale dopo questo infortunio:

  1. Recuperare l’articolarità del ginocchio
  2. Recuperare il tono e la forza muscolare
  3. Ritorno alle attività quotidiane
  4. Ritorno progressivo allo sport

Il ritorno in campo dopo un infortunio al LCA richiede quindi pazienza, impegno e un approccio ben strutturato basato su evidenze scientifiche. Gli esercizi terapeutici, focalizzati sul rinforzo muscolare, la stabilità e la flessibilità, giocano un ruolo cruciale nel facilitare una ripresa completa.

LCA-blog

Quanto tempo ci vuole per tornare in campo?

Questa è una delle domande che più frequentemente ci vengono fatte.

La risposta più giusta è: dipende!

I tempi di recupero per tornare a fare sport dopo un intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA) possono variare in base a diversi fattori, tra cui l’estensione del danno, il tipo di intervento chirurgico, la compliance del paziente alla riabilitazione, il tipo di sport praticato, il livello atletico in termini di forza e mobilità con cui il paziente si presenta all’operazione ecc.

Tuttavia, secondo l’evidenza scientifica, possiamo fornire una stima generale basata sulle linee guida comuni:

In genere, il periodo necessario per tornare in campo dopo la ricostruzione del LCA può durare da 6 a 12 mesi, con alcune variazioni individuali.

Il processo di recupero può variare notevolmente da individuo a individuo.
Un fattore che in più studi è risultato efficace per una riduzione notevole dei tempi di recupero è la cosiddetta fase preoperatoria, una rieducazione funzionale che consente al paziente di presentarsi all’operazione nella migliore delle condizioni in moda tale da poter recuperare del tempo in fase post operatoria.

Qual è il rischio di farsi male di nuovo?

Le ricerche scientifiche indicano che, nonostante il ritorno in campo sia spesso riuscito con successo, ci sono rischi di recidive o infortuni al LCA. Le percentuali di recidive possono variare, ma alcuni studi suggeriscono che possono verificarsi in una percentuale compresa tra il 5% e il 25%.

Alcuni fattori che possono influenzare la probabilità di recidiva sono:

  1. Livello di attività sportiva
  2. Compliance alla riabilitazione
  3. Forza muscolare e stabilità articolare
  4. Controllo neuromotorio
  5. Utilizzo di misure preventive

Il ruolo fondamentale della Riatletizzazione

La riatletizzazione è un aspetto cruciale (e spesso trascurato) nel processo di ritorno allo sport dopo un intervento di ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA). Questo approccio personalizzato alla riabilitazione tiene conto delle esigenze specifiche e delle richieste fisiche dello sport che l’atleta pratica.
Ecco alcune ragioni per cui la riatletizzazione è così importante in questo contesto:

  1. Adattamento alle esigenze sportive
  2. Specificità del movimento
  3. Miglioramento della prestazione sportiva
  4. Riduzione del rischio di recidive
  5. Mentalità del ritorno all’attività sportiva
  6. Monitoraggio continuo

La riatletizzazione risulta quindi uno step fondamentale perchè l’atleta possa ritornare in modo sicuro, efficace e performante al proprio sport dopo un intervento di ricostruzione del LCA.

Fonti: 

  • Return to sport after ACL reconstruction – Joshua D HarrisGeoffrey D AbramsBernard R BachDonna WilliamsDave HeidloffCharles A Bush-JosephNikhil N VermaBrian ForsytheBrian J Cole
  • Anterior Cruciate Ligament Return to Play: Where Are We Now? – Lasun Oladeij, Grace Reynolds, Ieri Gonzales, Steven DeFroda
  • Principles of Motor Learning to Support Neuroplasticity After ACL Injury: Implications for Optimizing Performance and Reducing Risk of Second ACL Injury – Alli Gokeler et all

A cura del dott. Mattia Terranova

 

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Psicoterapia. Un viaggio per scoprire se stessi.

La psicoterapia è un viaggio affascinante all’interno del mondo interiore, un’opportunità per esplorare emozioni, pensieri e comportamenti con l’obiettivo di migliorare il proprio benessere psicologico.

Si tratta di un processo di aiuto basato sulla relazione, una navigazione esplorativa unica e personale intrapresa da paziente e psicoterapeuta.

Il processo terapeutico potrebbe essere paragonabile a una danza, nella quale il paziente esplora i movimenti della propria psiche mentre lo psicoterapeuta lo sostiene come un partner di ballo, accompagnandolo delicatamente attraverso le varie melodie delle emozioni e dei pensieri.

Quando parliamo di psicoterapia, facciamo di solito riferimento ad un processo il cui obiettivo è quello di fornire uno spazio sicuro e non giudicante in cui il paziente, all’interno di una relazione di fiducia con il terapeuta, possa sentirsi libero di esplorare i propri pensieri, emozioni e comportamenti, per migliorare la comprensione di sé e affrontare le sfide della vita.

Solitamente, questa si basa su alcuni principi:

  • Collaborazione e Alleanza Terapeutica: la psicoterapia si basa su una collaborazione stretta tra il paziente e lo psicoterapeuta. L’alleanza terapeutica è fondamentale per creare un ambiente in cui il paziente si senta sicuro ed empaticamente compreso;
  • Esplorazione dei Pensieri e delle Emozioni: nel corso della terapia, il paziente è incoraggiato ad esplorare e condividere i propri pensieri, emozioni, ricordi, sogni. Questo processo aiuta a osservare schemi di pensiero, dinamiche relazionali, processi consci e inconsci che orientano il paziente nella vita di tutti i giorni e che possono essere fonte di sofferenza.
  • Riflessione e Autoconsapevolezza: la psicoterapia promuove la riflessione e l’autoconsapevolezza. Comprendere le dinamiche interne può aiutare il paziente a prendere decisioni più consapevoli e a sviluppare una visione più equilibrata di sé stesso e degli altri.

A livello terapeutico, esistono molti e differenti approcci. Tra i più utilizzati, possiamo citare la psicoterapia psicodinamica, che esplora le dinamiche inconsce che influenzano il comportamento e le relazioni; la terapia cognitivo-comportamentale, che si concentra sull’identificazione e sulla modifica di modelli di pensiero negativi e sulla promozione di comportamenti più funzionali; la terapia sistemico-familiare, che si concentra prioritariamente sulle dinamiche relazionali coinvolgendo, se necessario, i membri della famiglia.

Indipendentemente dall’approccio utilizzato, è stato sottolineato più volte dalla ricerca empirica come uno dei principali fattori chiave per il successo sia la relazione terapeutica che si instaura tra paziente e terapeuta (Wampold et al., 2011).

Inoltre, è stato ormai dimostrato che la psicoterapia offre una gamma diversificata di benefici, tra cui:

  • Aumento dell’autostima e dell’autoconsapevolezza: Esplorare la propria interiorità può contribuire a una maggiore comprensione e accettazione di sé.
  • Miglioramento dell’umore e della qualità della vita: affrontare le sfide psicologiche può portare a un miglioramento significativo nella soddisfazione personale e nelle relazioni.
  • Sviluppo di strategie di coping efficaci: Imparare nuove abilità di coping può aiutare a gestire lo stress e le difficoltà quotidiane.
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Certo, chiedere aiuto non sempre è semplice. Incontrare uno psicoterapeuta può essere fonte di paure e, nel farne richiesta, può richiedere un atto di coraggio e di autocura. Tuttavia, la stanza del terapeuta può divenire un rifugio sicuro nel quale, tramite la collaborazione, la comprensione e la relazione di cura che si instaura, è possibile costruire una maggiore consapevolezza di sé ed una base solida per una vita più appagante e serena.

Nella stanza di psicoterapia, come nella tessitura di un arazzo, il terapeuta aiuta a intrecciare i fili in un disegno più comprensibile e significativo, creando una trama che riflette la storia unica del paziente.

A cura del dott.ssa Martina Schilirò

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Spazio mamma Reb.

Uno spazio di confronto per le neo mamme e i loro bimbi. 

Il percorso è strutturato in cinque incontri, ognuno dei quali affronterà una tematica specifica.

Questi incontri sono dedicati al confronto e al supporto, promuovendo un ambiente inclusivo e accogliente per condividere esperienze e affrontare insieme il percorso della maternità.

Gli incontri saranno gratuiti e si terranno il mercoledì mattina, dalle 10.00 alle 12.00, nelle seguenti date:

  • 14 febbraio: il corpo che cambia: pavimento pelvico, diastasi e cicatrici della nascita + sessualità nella coppia
  • 21 febbraio: le tappe evolutive dei bambini + la relazione con fratelli/sorelle più grandi
  • 28 febbraio: reflusso, colichette, plagiocefalia
  • ⁠13 marzo: il sonno dei bambini e dei genitori
  • 20 marzo: allattamento, svezzamento, stettamento

 

Un Team di professionisti al servizio delle mamme del quartiere!

Roberta Mayer – Ostetrica

Lavinia Arnone – Osteopata pediatrica  

Elisa Briccola – Psicoterapeuta dell’età evolutiva

spazio mamma

Per partecipare agli incontri è necessario riservare il posto.

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Dieta Detox. Falsi miti e curiosità

Arriva uno dei momenti dell’anno dove la parola Detox risuona in ogni ambiente, dalla casa al lavoro, in palestra o tra gli amici, come se fosse necessario un periodo di “punizione” e restrizione importante, con diete ad eliminazione, dopo le festività natalizie.

Comincio subito con uno spoiler uccidi illusioni: le diete Detox, o gli innumerevoli integratori detossificanti, purificanti non hanno nessuna efficacia dimostrata.

Il quesito spesso non è riferito neanche ad un’ipotetica azione disintossicante da intraprendere, che poi disintossicarsi da cosa non è dato sapersi, ma più con accezione negativa, ipotizzando un periodo di massima restrizione ed eliminazione di alimenti, ed in questo caso i poveri carboidrati diventano ingiustamente il capro espiatorio.

Accenniamo che la funzione detossificate è svolta principalmente dal fegato, che metabolizza gli xenobiotici (tutte le sostanze potenzialmente tossiche) che possiamo ingerire quotidianamente, non solamente nelle feste, per poi permetterne l’eliminazione attraverso il sistema renale.

Il fegato nella fase 1 di metabolizzazione necessita di sostante ad azione antiossidante, come vitamine B, E, C, acido folico, glutatione, mentre nella fase 2 sono di particolare importanza alcuni aminoacidi come la glutammina, glicina, cisteina.

Questi processi in realtà necessitano di energia e la migliore fonte di energia per il nostro organismo è il glucosio, si proprio i carboidrati, che erroneamente vengono eliminati tout court per primi. Quindi con l’alimentazione fornendo al nostro organismo tutti i nutrienti necessari posso aiutare il fegato nell’azione detossificante.

Invece in questi percorsi “Detox” si comincia con assunzione e sostituzione dei pasti principali, con improbabili tisane, frullati, infusi ed estratti di ogni tipo con l’illusione di disintossicarsi o di compensare agli eccessi delle feste, creando una dieta o regime nutrizionale autoimposti altamente squilibrati, sia qualitativamente che quantitativamente, con effetti maggiormente negativi che positivi.

dieta detox

Uno dei più frequenti, dei periodi “Detox”, è la comparsa di un importante gonfiore a livello intestinale, che per il più delle volte viene attribuito ai pasti nei giorni di feste, prolungando il periodo sopradescritto, ma in realtà la causa è un consumo eccessivo di fibre, che nel lungo periodo può portare ad una disbiosi fermentativa.

Altra negatività riguarda l’istaurarsi per l’appunto di un regime particolarmente squilibrato, sia in qualità che quantità, con un probabile peggioramento della composizione corporea, con un degrado della massa muscolare.

Vorrei altamente sconsigliare l’utilizzo di queste improbabili soluzioni o regimi, anche con l’obbiettivo del dimagrimento rapido, o poter osservare il numero della bilancia cambiare, con l’idea di dimagrire o riprendere il peso pre-festività.

La perdita di peso non equivale e non è sinonimo di dimagrimento, ma c’è la necessità di una valutazione della composizione corporea, attraverso esami strumentali, quali bioimpedenziometria, adipometria, plicometria, che ne identifichino il tipo, l’entità ed a carico di quale comparto avvengono tali variazioni.

Da non trascurare i risvolti psicologici, spesso negativi, che queste autopunizioni possono generare, con il rischio di instaurare malsane abitudini, ovvero l’illusione che poi basti qualche giorno di detox ed è tutto risolto, piuttosto che creare un proprio equilibrio

nutrizionale, che permetta di godersi il convivio, le feste ed il buon cibo in modo libero e positivo.

Quindi sicuramente seguire una dieta equilibrata e bilanciata resta la scelta migliore anche dopo i giorni di festa.

L’equilibrio è l’unica magia!

A cura del dott. Simone Lepre

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